Grano cotto (“cuccìa”) a Santa Lucia




Basilicata | Paolo Cirigliano | 19 dicembre 2011 alle 07:30


«Il mio ricordo è legato alla “pignata” piena di grano e miele lasciata cuocere lentamente nel camino e dove al mattino seguente sul grano cotto si notava una piccola impronta di piede che mia madre imprimeva di nascosto con le dita della mano. Lo scoprii per caso una mattina che mi svegliai al suo rumore, sbirciai e vidi che poggiava due dita sul grano ma non lo dissi mai a nessuno. Ero felice, sentendomi complice del suo segreto, di credere a quello che mamma raccontava, che dal camino scendeva Santa Lucia, poggiava i suoi piccoli piedi sul grano nella “pignata” diventando simbolo di buon augurio e portatore di ricchezza nella casa e felicità negli uomini, quindi andava mangiato a colazione».

A raccontare questa memoria è lo chef Federico Valicenti. Una memoria legata alla festa di Santa Lucia, con la «cuccìa». «Non so se era la fame, se era il bisogno di nutrirmi di cultura, se era la misticità dell’evento, se era la scoperta del segreto svelatomi – ricorda lo chef lucano – ma quel grano cotto mi sembrava il più buono del mondo, il miglior piatto in assoluto. E insieme a me lo mangiavano i miei fratelli , mia madre e mio padre, come una sorta di unione della famiglia, di ricorrenza mistica piena di calore e di comunione. Molti piatti tradizionali lucani sono legati ad eventi di tipo religioso, questo è uno dei tanti. Ecco il simbolo del grano che risorge, prende corpo e diventa foriero di benevolenza e benessere.

Santa Lucia, portatrice di luce nel buio, con il grano ha vinto la carestia che attanagliava le popolazioni che a lei si affidarono. Così raccontano la storia gli anziani vicino al camino, con una luce tenue donata dalle fiamme del fuoco che rende ancora più suggestivo il racconto. La leggenda vuole che nel corso di una tremenda carestia che stava decimando la popolazione nel giorno di Santa Lucia, 13 dicembre, di un non lontano luogo e non precisato anno, si vide arrivare nel porto una nave piena di grano che fu distribuito alla gente. Era tanta la fame che tormentava la città che il popolo non perse tempo a macinare il grano per preparare il pane, ma bolliva e mangiava il grano con una fame spaventosa, e nel momento in cui esso diventava bello cotto i cucinieri al grido di “cucìa”, “cucìa”, è cotto, è cotto, richiamavano le persone vicino ai grandi pentoloni da cui il grano veniva distribuito. Nacque così la “cucìa”che significa appunto grano cotto, cucinato.

Negli anni che seguirono, questo salvataggio alimentare divenne una ricorrenza. E si passò a festeggiare il 13 dicembre consumando unpiattodi grano cotto.Si iniziò a condire il grano con il miele, poi con il vino cotto, con l’aggiunta della ricotta, i canditi e il cioccolato, diventando sempre di più un piatto prelibato e buono da gustare. Così, tanto per non perdere la tradizione, il piatto si contamina con i nuovi prodotti e accostamenti, si evolve, si addolcisce mescolando il grano cotto alla crema di ricotta e si aggiunge una vocale in più, forse per distinguerla da dove era partita: dalla carestia, dalla fame, come se si volesse aggiungere qualcosa per esorcizzare l’origine della pietanza. Si chiamò “cuccìa”».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=478145&IDCategoria=12

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Articolo scritto da Paolo Cirigliano

Paolo Cirigliano Paolo Cirigliano Scrive su questo blog per dare voce ad una delle zone più dimenticate della Basilicata.
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